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Il Blog di Marco Zulberti

Un ricordo di Mons. Iginio Rogger


 iginio roggerLa scomparsa di Mons. Iginio Rogger in questa umida primavera del 2014 squarcia il tempo e lo spazio riportandoci al 1919, quando nasceva a Pergine, figlio primogenito di emigranti da Moerna, un paese della Val Vestino, allora Trentina, che si apprestava ad affrontare i problemi della ricostruzione e dell'emigrazione successiva alla Grande Guerra che avrebbero imposto a lui e all'economia agricola e artigianale della sua terra d'origine una metamorfosi inimmaginabile verso la modernità. La vita di Rogger è infatti caratterizzata da un amore profondissimo per la storia della nostra terra trentina intesa non nei suoi attuali confini, ma in quelli del Vescovato trentino, riportandoci in una aurea di secoli di autonomia dal potere della Chiesa di Roma. Quest'attrazione lo orientava ad analizzare qualsiasi tema relativo al passato; dalla storia delle singole chiese a quella delle pievi, da quella delle opere artistiche agli accadimenti politici. In particolare attraverso i secoli, approfondì ogni singolo tratto della conduzione vescovile trentina non sono di quella spirituale ma anche temporale, in modo di riportare alla luce la diffusione del cristianesimo delle origini giunto nelle nostre terre dalle città di Aquileia, da dove partirono i tre martiri anaunensi, e di Milano, da dove il tedesco San Ambrogio si teneva in contatto con San Vigilio, la cui azione apostolica risalì la Valle dell'Adige per giungere in quella tedesca dell'Inn, diffondendosi nelle più sperdute vallate della nostra terra montana.
Il rapporto armonioso tra le comunità e la montagna, secondo lo sguardo storico e antropologico di Rogger, aveva un pilastro fondamentale nell'opera di umanizzazione che il cristianesimo aveva imposto alle popolazioni locali frammentate tra latini, reti, longobardi, veneti, ladini e tedeschi, altrimenti inselvatichiti dalla scarsità dei rapporti umani in cui queste antichissime comunità, sempre in lotta tra loro, sopravvivevano.
La povertà del cristianesimo delle origini con i suoi caratteri della carità e della solidarietà, che si riscontrava nelle remore comunità della Val Vestino, dove si viveva di allevamento e pastorizia, gli sembravano gli unici a poter garantire all'uomo una vita pienamente responsabile e piena delle virtù cristiane. Il suo sguardo acuto e la sua memoria vastissima gli permettevano di penetrare quindi i secoli e di poter curare imprese ciclopiche come l'edizione dei Testimonia chronographica ex codicibus liturgicis, con tutta la cronotassi dei vescovi trentini, pubblicata nei Monumenta liturgica Ecclesiae Tridentinae saeculo XIII antiquiora», nel 1983 o la restaurazione prima del Palazzo Pretorio a Trento, poi diventato sede del Museo Diocesano nel 1994 e poi con la difficilissima fase di scavi nella Cripta del Duomo di Trento conclusa per l'anno giubilare del 2000, la cui vicenda è raccolta nel L'antica basilica di San Vigilio in Trento del 2001. Ed è in occasione della ristrutturazione di Palazzo Pretorio nel 1995 che ebbi la fortuna di conoscerlo e di diventarne quasi un allievo, pubblicando su «Uomo Città Territorio» la cronaca di quel restauro che fu anche il mio esordio saggistico, seguito nel 2001 dal recupero della Cripta del Duomo. Successivamente anche nella pubblicazione di uno studio sui longobardi nelle Giudicarie, con il ricordo del terribile duca Alechis, quando mi invitò ad osservare la particolare toponomastica con la presenza di parole greche e latine come Idro o Agrone.
L'evento più significativo fu l'organizzazione a Cimego del convegno sull'eresia di Dolcino il 22 giugno del 2007, nel settecentesimo anno dal rogo, dove mi indicò i nomi dei relatori da invitare e di come organizzare il convegno, a cui lui stesso partecipò e di cui si mantiene un importantissimo filmato con il suo intervento sulla chiesa di S. Adalpreto di Arco dove si dice si siano conosciuti Dolcino e Margherita "la Bella".
Il suo intento sia nel caso dell'eresia dolciniana, che in quello del martirio di San Vigilio come in quello del Simonino, era quello di riportare alla luce la natura più profonda e umana del cristianesimo di montagna quello della carità e della solidarietà, cancellando ogni atto di violenza come quella contro gli ebrei nel 1475.
Andavo a trovarlo abitualmente quando rientravo da Milano e un giorno mi disse: "devo fare un encomio ai laici che, in mezzo ai loro mille problemi, hanno ancora la voglia e la forza di lavorare per la chiesa. Per noi preti in confronto è molto più facile". Allora giù a parlare della "società dei santi" teorizzata da Dietrich Bonhofer o del proselitismo cattolico in Russia dialogando per ore nel suo studio, tra il suo sguardo, il suo sorriso, ancora giovanile e curioso, mentre saltava su una scala altissima a prendermi il libro più dimenticato. Lo ricordo nelle ultime sue uscite, lui che conosceva benissimo il tedesco, nella sua lezione magistrale tenuta in occasione della giornata dedicata a De Gasperi, contro la mistificatoria retorica che sta avvenendo su Andreas Hofer, o al convegno del 2011 che avevo organizzato a Cimego sulle truppe garibaldine in occasione del 150 anniversario dell'unificazione dell'Italia, quando si presentò ad ascoltare gli oratori.
Profondo conoscitore del tedesco e amico personale di Papa Benedetto XVI, mi raccontava che i tre fratelli Maria, Jospeh e Georg, che vivevano a Ratisbona, prima che diventasse papa una volta all'anno venivano a Trento a trovarlo e che si trovavano in modo gioviale pranzando insieme quanto aveva cucinato la fedele perpetua Sofia Tisi di Giustino, e di come lo stesso papa fosse un ottimo pianista.
Se oggi il Trentino ha una storia moderna della chiesa, depurata sia da pregiudizi e da fobie medievali come dai rigurgiti nazionalistici più recenti, all'interno della quale v'è una profonda rielaborazione dell'arte e dell'architettura trentina, lo si deve a questo grande umanista che ha fatto della chiesa secolare il motore non solo della spiritualità, ma anche della socialità, dell'economia e della cultura. Se oggi il Trentino appare più forte e unitario lo si deve anche alla sua sterminata operosità culturale che va presa come insegnamento da diffondere.
Lo immagino così serenamente camminare sui verdi prati estivi di Moerna, mentre da sud guarda le alte cime montane della sua amata terra trentina.