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Il treno per Auschwitz, ferma in Giudicarie. Nove ragazze giudicariesi sul "Treno della memoria" che rievoca una pagina drammatica della storia del '900

  tramonto a birkenau - foto Camilla Perotti

C'erano 9 giudicariesi, e una primierotta di adozione giudicariese da quando frequenta l'Enaip di Tione, fra i 400 ragazzi partiti da Trento col Treno della Memoria, direzione Cracovia, Auschwitz e Birkenau. Obiettivo: ricordare, capire e testimoniare.
Auschwitz, prima di diventare ciò che tutti sappiamo, era una fabbrica: e conserva anche oggi, nonostante il passaggio degli internati, l'aria operosa e solida creata da edifici bassi e lunghi di mattoncini rossi, sorti per agevolare il lavoro e dare vita ad uno qualsiasi fra i prodotti creati dall'ingegno umano.

C'è un sole caldissimo, una folla di visitatori accompagnati dalle guide munite di auricolari segue un percorso sempre uguale: sotto il famigerato cancello, poi su dalle scalette di una serie di baracche oggi diventate musei, per finire nei forni crematori, nella parte più interna del campo. I vialetti sono ordinati, i capannoni spartani, dal cortile si vedono le case di un paese lì vicino, in tanti scattano fotografie, si aspetta il proprio turno per avanzare alla tappa successiva.

linizio di un viaggio  treno della Memoria -foto Federica Farina

Con il giardino di una casa a poche decine di metri dai cancelli, una pista ciclabile sorge oggi a fianco di Birkenau e dei suoi famosi binari che si interrompono nel nulla una volta passato il buco della porta d'entrata. Sulla ciclabile sfrecciano giovani sui pattini in linea e passeggiano genitori spingendo carrozzine. Dentro il campo c'è tanta gente, ma rispetto ad Auschwitz è molto più grande, e molto più vuoto: sembra davvero un immenso cimitero con tutti quei camini che svettano solitari, a distanze regolari, ultimi resti delle baracche di legno bruciate durante la liberazione. I boschi e il parco sono rigogliosi, c'è l'erba negli spicchi di prato fuori dalle baracche, ed è cresciuta anche in mezzo ai sassi, dove rimane solo il camino delle stufe e null'altro di quello che è successo: qualche cumulo di macerie indica le camere a gas e i forni che i tedeschi ormai sconfitti cercarono di distruggere, nella cocciuta illusione che cancellare ogni traccia di esistenze umane fosse davvero possibile.

 viaggio  treno della Memoria 1

La vita ha ripreso a brulicare nei campi di concentramento: anche a stare in piedi, fra baracche e resti di camere a gas, a scrutare lo stesso orizzonte dei prigionieri, c'è da fare uno sforzo per ricordarsi che lì si è consumata una tragedia tutta umana. Non un terremoto o uno tsunami, sono stati i campi di concentramento, ma il prodotto dell'ingegno, della scienza, della filosofia, della medicina e della creatività umana. Tutta farina del nostro sacco di umanità. La natura ricresce senza colpo ferire, semplice spettatrice accoglie le ceneri dei tanti bruciati nei forni crematori: la guida polacca racconta che in un boschetto al limitare del campo, che pare ideale per fermarsi a leggere un libro, si riparavano le donne per spogliarsi nude, prima di essere accompagnate nelle camere a gas a pochi metri da lì. C'è anche una foto, rubata da un prigioniero a rischio di fucilazione immediata per averlo fatto, di queste figure spettrali che corrono fuori dal bosco.

Chi è già salito sul treno della memoria dice che quando si va a gennaio c'è la neve sui binari e fuori dalle baracche il fango gelato, il cielo è grigio. L'atmosfera è più toccante, è proprio quella che decine di film, libri e fotografie ci hanno rimandato.

linizio di un viaggio  treno della Memoria 2

Eppure i morti sono gli stessi anche sotto un inatteso sole di marzo, la storia tragica che i loro resti raccontano è uguale a quella che racconta gennaio con la sua coltre di neve. Solo 70 anni sono passati, ma i fatti sono già lontani per chi non era ancora nato e oggi ha bisogno di un'atmosfera per capire. E' il senso del Treno: entrare e immergersi nei campi, toccare e immortalare, eppure non basta, da solo. Lèggere, da solo, non basta; studiare, da solo, non basta; vedere mucchi di scarpe e trecce di capelli, da solo, non basta; toccare con mano le brande sgangherate, i buchi delle rare latrine, il filo spinato, da solo, non basta; moltiplicare il numero delle baracche per i prigionieri che ognuna sa contenere e contare quante volte sarebbe morta Trento, fossero stati i suoi abitanti, non basta ; raccapezzarsi di una folla difficile da immaginare riunita in un solo luogo fisico, non basta; ricordare, nemmeno, da solo basta. Serve fare esercizio, come si fa a scuola quando si ripete a voce alta ad un compagno di studi per imparare la lezione: così la memoria riprende vita e diventa contemporaneità, invece di passato, un racconto personale invece di quello di un altro, di qualcosa che fra pochissimi anni più nessuno avrà vissuto sulla propria pelle e sarà in grado di raccontare da testimone oculare. Le nuove testimoni oculari dello sterminio sono le ragazze del Treno della Memoria, che nelle prossime settimane racconteranno a chi vorrà andare ad ascoltarle, la loro testimonianza e manterranno quella promessa che partendo hanno implicitamente fatto a chi prima di loro è partito e non è più tornato.

 

Birkenau treno della Memoria

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foto Camilla Perotti e Federica Farina

Da il Giornale delle Giudicarie di Aprile. Scarica qui la pagina