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Il Blog di Marco Zulberti

Svalutazione degli asset: il caso Pirelli. L'Italia in svendita. Dal Blog di Marco Zulberti

tronchetti-proveraLa notizia che una tra le più storiche industrie italiane come la Pirelli, che rappresenta oltre 140 anni di storia dell'economia e del capitalismo italiano, è stata ceduta alla Chem China, colosso statale della chimica cinese, dev'essere ora forzatamente accompagnato da un'approfondita riflessione su quello che sta avvenendo sul piano economico e industriale nel nostro paese. La recente svalutazione dell'euro a 1.04, con una perdita del 35 % rispetto ai massimi del 2008, indica che per i cinesi l'investimento rappresenta un importo che vale circa 4,5 Mld di euro rispetto ai sette effettivamente sborsati.
Sono numeri che devono fare riflettere la classe dirigente del paese che, dopo decenni in cui si era processata la svalutazione della lira come un'azione negativa risolta con l'ingresso nell'euro guidato proprio dal centro sinistra, recentemente senza troppi dubbi aveva invece risposato l'idea che la svalutazione avrebbe fatto ripartire l'economia italiana.
La recente svalutazione invece, oltre che ad aver rappresentato un'uscita di capitali dall'area dell'Euro, ha reso gli asset industriali e finanziari dei paesi più deboli come l'Italia, appetibili per scalate e acquisizioni che possono accelerare quel processo d'impoverimento che è già in atto fin dagli anni della de-industrializzazione e della de-localizzazione che ha visto la capitalizzazione dei settori produttivi e industriali scendere dal 50% di un decennio fa all'attuale 25%.

Il nostro settore industriale che dopo la chiusura dell'Iri, ha visto progressivamente la classe dirigente trasformarsi sulla scia della privatizzazione statale, da imprenditrice a amministratrice di servizi pubblici, oggi rischia la totale svendita alle multinazionali e ai conglomerati europei, tedeschi e francesi, e internazionali. L'illusione momentanea del "piccolo è bello" sta trasformandosi in una sorta di incubo con la perdita di controllo totale del settore industriale. Lunga è la lista delle società che in questi anni sono cadute nelle mani straniere. Ad ogni perdita poi non è corrisposta sola una riduzione del settore produttivo, molte volte già da tempo de-localizzato, ma alla chiusura delle direzioni amministrative, delle direzioni commerciali, e dei centri di ricerca che in questi cinquant'anni sono stati il segno distintivo della genialità creativa, ingegneristica e tecnica italiana.

Il processo di svalutazione rischia di vedere del caso di Pirelli, solo l'inizio della fase finale di una spoliazione economica che può diventare preoccupante senza l'intervento di un progetto di ricostruzione industriale, che si deve fare largo tra le rovine della bolla immobiliare che in Italia non è ancora stata colta nella sua complessità. Non si tratta di uscire dall'Euro, o d'invocarne ingenuamente la sua svalutazione, ma riuscire una volta per tutte a capire come si cresce nella gabbia dell'euro, in modo da costringere la classe imprenditoriale e dirigente italiana ad una sorta di economia dell'austerity, molto simile a quella che caratterizzò l'Italia degli anni cinquanta e del primo dopoguerra.

Se non si riesce a comprendere questa situazione continueremo, nonostante la rottamazione promessa, a non cambiare nel profondo della nostra cultura produttiva ormai spenta, a non avviare quei grandi progetti di ristrutturazione economica e industriale e artigianale di cui il paese oggi ha un'immensa necessità. Un progetto industriale che accompagna anche un progetto immobiliare di edilizia popolare, molto simile a quello che la Germania da sempre attua sulla scia del Bauhaus, dove ognuno deve aver diritto ad avere una casa senza alimentare la speculazione immobiliare.

Il caso Pirelli, pertanto è solo l'ultimo episodio di una svendita che sembra non aver fine di asset e di fuga di cervelli italiani, e che deve risvegliare con uno scossone la classe politica dirigente apparentemente galvanizzata solo dagli andamenti degli indici di borsa, che rappresentano solo il permanere di una distanza tra l'economia reale e quella finanziaria, molto simile a quella tra la società civile che soffre e una classe dirigente che invece festeggia, svendendola.