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Il Blog di Marco Zulberti

Il rapporto negativo tra tassazione e investimenti

Matteo-Renzi presidente del consiglio

Il recente annuncio del presidente Matteo Renzi sulle intenzioni di voler progressivamente abbassare le tasse sul "capitale" nei prossimi anni fino a un livello del 24%, se da una parte ha colto di sorpresa l'opinione pubblica e i commentatori politici, dall'altra era ormai attesa come necessaria dopo i risultati deludenti ottenuti dal gettito delle tasse sulle rendite finanziarie che sembrano aver rallentato gli investimenti dei capitali privati italiani verso i rispettivi mercati. Nel messaggio di Renzi pochi hanno colto come la parola "tasse sul capitale" avesse sostituito quella più eclatante di "tassazione delle rendite finanziarie". Questa leggera differenza di espressione mostra comunque un cambio di strategia del governo su questo tema perché sta prendendo coscienza come la tassazione decisa lo scorso anno ha frenato gli investimenti nazionale rispetto a quelli speculativi che provengono dei capitali esteri. Chi infatti investe a rischio su imprese e società italiane quotate in borsa e in obbligazioni, se poi queste sono tassate il 26% contro il 12.50% dei Btp, Bot e obbligazioni governative?
L'anomalia nella diversità di tassazione tra l'ambito dei titoli di debito governativi e i titoli di debito privati, un'anomalia per i grandi paesi europei, ha favorito il freno nel flusso degli investimenti privati verso i mercati finanziari, attratti più dalla stabilità della rendita parassitaria offerta dai titoli di stato, che dal rischio delle obbligazioni e azioni societarie. Il rapporto tra tassazione, rischio e rendimento, con questo squilibrio scoraggia la liquidità dei capitali privati nel prendere la strada degli investimenti finanziari, frenando ogni slancio verso la crescita della fiducia e l'innesco dei "naturals spirits" che animano l'economia di una società evoluta come quella industriale.
Ai numeri in crescita delle nuove società italiane quotate a Piazza Affari, secondo una recente inchiesta, non corrisponde un pari interesse da parte dei capitali nazionali, sorpassati di gran lunga, da quelli esteri, proprio per il fatto che non subiscono la tassazione al 26% e di conseguenza questo rapporto negativo tra tassazione e investimenti. Inoltre la tassazione al 26% non è progressiva ma colpisce allo stesso modo gli investimenti sia dei piccoli, che dei grandi investitori. Ad accentuare questa comprensibile avversione al rischio dei capitali nazionali vi è anche il regime estremamente favorevole della tassazione delle successioni, che in Italia, rispetto agli altri paesi, appare quasi un paradiso fiscale, con la franchigia a 1 mln di Euro.
Per cui paradossalmente i capitali se ne stanno fermi, in liquidità, passivi, in attesa di un rapporto rischio rendimento migliore, ma questo ha la conseguenza di non produrre crescita economica, ne gettito fiscale.
Questa attenzione inoltre osmotica al calo della disoccupazione chiude infine il cerchio sulle cause di questa paralisi, in quanto come già scritto negli scorsi anni, la disoccupazione nelle economie sviluppate cala solo quando la ripresa è misurabile soprattutto nei dati oggettivi del fatturato e degli ordinativi che trovano riscontro, non tanto negli indici di fiducia, ma nella crescita dei tassi a breve come l'Euribor, che invece quota purtroppo ancora a zero.
Se si continua a guardare esclusivamente il dato sulla disoccupazioni si rischia di dimenticare come nelle economie più efficienti e produttive come quelle industriali e tecnologiche, il dato dell'occupazione tenda ad abbassarsi sempre più. Negli Stati Uniti si parla di questi temi fin dai primi anni 90, grazie agli studi di economisti come Edmund Phelps, premiato qualche anno fa con il premio Nobel.
La classe politica ed economica italiana devono pertanto prendere coscienza che non si può avere troppa fiducia nella sola fiducia, ma si deve, anche tagliare e riformare il sistema fiscale sul "capitale" e sulle "rendite" in modo che tornino a investire e non a speculare. Il governo con le recenti dichiarazione sembra quindi aver aperto una porta, L'economia e le imprese private italiane pertanto attendono che al più presto si tolgano questi squilibri fiscali in modo da spingere i capitali privati verso gli investimenti, oggi visti come un "ossigeno" necessario alla ripresa.