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Il Blog di Marco Zulberti

L'economia del latte trentino. Dal Blog di Marco Zulberti

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La recente notizia di Latte Trento di erogare 0,51 centesimi per ogni litro di latte prodotto dai 279 soci, la quota più alta di sempre, accompagnata dall'accorato appello del presidente Carlo Graziadei ai consumatori trentini e ai politici (perché i politici? hanno un potere così forte?) e alla rete della ristorazione, delle mense e degli ospedali, di consumare il latte trentino per mantenere aperte le stalle trentine messe sotto pressione dal crollo dei prezzi di formaggi e latticini, permette di concentrare su questo tema tutta la crisi attuale dell'economia trentina.
E possibile che un litro di latte, l'alimento principe su cui si è fondata non solo la sopravvivenza, ma la crescita e lo sviluppo della società montana trentina nelle sue cento vallate per oltre quindici secoli, oggi nel pieno della crisi della liquidità e dei redditi, che dovrebbe rivelarsi insieme al settore agricolo, nuovamente un settore portante dell'economia montana si trovi a dover essere sostituito da quello che viene importato, come dice il presidente Graziadei "per pochi centesimi".

Tutti abbiamo il ricordo della bottiglia di latte caldo che andavamo a prendere al "casel" alla mattina prima di andare a scuola. Con quella di latte giallo, e non bianco, fatto bollire nella padella dove traboccava sui lati la panna, si andava a scuola carichi di energia, o al lavoro nei campi dove poi portava nella "bastina".
L'appello del presidente Graziadei non fa una grinza ma quando si fanno gli appelli spesso è già troppo tardi perché si scontra contro quella enorme distorsione sulle economie locali che si sono silenziosamente sviluppate negli ultimi trent'anni con l'introduzione delle reti dei grandi centri commerciali, assolutamente non governate dalla politica locale trentina,(proprio quella che invoca Graziadei) che ha accontentato più gli interessi degli investimenti immobiliari e delle grandi catene di distribuzione nazionali e europee, senza preoccuparsi degli effetti non solo finanziari, ma anche produttivi e commerciali degli allevatori e dei produttori agricoli locali che a lungo termine avrebbero prodotto sull'economia e sulla ricchezza locale.

Perché è proprio questo il problema principale delle reti commerciali della distribuzione: il prodotto commerciale proveniente da fuori determina una fuoriuscita della massa monetaria dalla circolazione locale a quella nazionale.
La stessa cosa producono gli appalti delle opere pubbliche, ma anche le processioni dei trentini che il sabato scendono nei centri commerciali vicentini, veronesi e bresciani. Questi travasi della liquidità locale in quella nazionale automaticamente produce due danni: primo calano drasticamente i consumi dei prodotti locali, non solo di latte e latticini, ma di tutti i prodotti di quella che si chiama la bio-filiera corta locale agricola e artigianale. L'impoverimento è garantito. Se queste nuove reti commerciali, questa nuova forma del mercato, non vengono preceduti e governati con grande visione dei flussi monetari interregionali, gli effetti nel lungo termine possono essere devastanti, considerando anche il fatto che i costi di produzione nelle nostre vallate e in montagna di questi prodotti è totalmente fuori mercato se confrontati con la produttività delle economie agricole industriali della pianura padana, della filiera bavarese o di quella iper-efficiente olandese. E questo vale per tutti i prodotti alimentari locali a partire dal latte, per passare all'ortofrutta, al vino, alla carne, ai salumi, alla carne "salada", fino alla farina gialla della polenta.
Ed proprio questo che sconcerta nel caso del latte, un alimento iper-economo che da solo potrebbe sostenere a costi bassissimi la vita d'intere vallate se messo a confronto con il costo al litro della birra (è poi luppolo fatto bollire nell'acqua), delle bibite gassate, della stessa acqua potabile.
In termini marxisti il plus valore sul latte è zero rispetto a quello presente su molti altri alimenti, dove incidono appunto, costi di produzione, di trasporto, e tasse tipiche della montagna e non della pianura. Per questo non si può ridurre a quello che invece presentano quello bavarese o quello proveniente da paesi dove il costo del lavoro e dell'energia sono più bassi. Ma il problema del latte è paradigmatico di tutta la situazione economica montana, dove la produzione di reddito è da sempre molto bassa, in cui hanno un ruolo fondamentale i flussi monetari del turismo, di quelli prodotti dall'energia idroelettrica, e dal sempre più ridotto settore industriale. Il resto sono partite di giro tra le tasse, i contributi, e i servizi finanziari e assicurativi.
Ecco perché gli accorati appelli di Graziadei sul consumo del latte trentino, devono essere raccolti, non per richiudersi a ricco in un'economia autarchica, ma per salvaguardare e governare in modo corretto quello che l'anarchia liberista e anche affaristica immobiliare di questi decenni ha prodotto sul nostro territorio montano, in molti casi impoverendolo nel campo della circolazione monetaria. Siamo a pochi giorni dall'EXPO dedicato proprio ai prodotti alimentari: cogliamo l'occasione per farlo diventare un tema di riflessione sugli effetti delle filiere di distribuzione e produzione dei prodotti alimentari di montagna e sulla ricchezza delle sue popolazioni.