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Il Blog di Marco Zulberti

La nuova ripresa economica italiana. Dal Blog di Marco Zulberti

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La recente serie di dati positivi sulle previsioni di crescita del PIL italiano e della crescita dell'export hanno riacceso le attese per una ripresa dell'economia italiana che è ormai legata grazie all'euro e al settore manifatturiero con una cinghia di trasmissione a quella europea. La costante lenta crescita dell'economia tedesca che appare la locomotiva di quella europea si sta lentamente trasferendo a quella degli altri paesi compresi quelli più deboli mediterranei come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia.
Ad accelerare il movimento di fiducia e di crescita sono stati in questa primavera i risultati elettorali in Olanda e Francia che hanno respinto quelle forze populiste anti europeiste confermando come lentamente i popoli nonostante classi politiche ancora disorientate e incapaci di guidare e governare questo gigante rinato da poco che rappresenta l'Unione Europea. Basta osserva il recente rialzo della valuta europea salita negli ultimi mesi da 1.04 a 1.145, o il risveglio dei tassi a dieci anni in Germani passati da negativi a +0.60% per comprendere come gli investitori internazionali compresi quelli operanti negli Stati Uniti abbiano ripreso a investire in Europa dopo cinque anni di assenza, come testimoniava la debolezza del cambio.
Anche gli indici delle borse azionarie registrano dati di ripresa proprio a partire dalla borsa di Atene in rialzo del 28% da inizio anno, quella di Madrid del 13%, fino a quella di Milano, cresciuta del 11%.
Questo primo surriscaldarsi dei tassi è infatti indice di maggior richiesta d'investimenti da parte dei capitali privati che quindi nel tempo è destinato a far riprendere ordini e fatturati nei settori produttivi.
Ma proprio il divario tra l'ottimismo delle borse, che indicano solo l'andamento degli utili di un ristretto gruppo di società, e la crisi che invece attraversa larghi strati della società deve imporre un attenzione sulla composizione settoriale delle varie economie e sull'effettivo perso dei settori manifatturieri e produttivi sull'intera economia.
La ripresa della valuta europea, la ripresa dei mercati azionari, le positive previsioni di crescita del PIL, la ripresa dell'export sono tutti segnali molto positivi che in questo momento vanno non solo assolutamente protetti da iniziative politiche errate ma anche analizzati per poter espandere questa crescita ai settori veramente in grado di spingere l'economia produttiva, senza soffocarla con sprechi di nuovi tesoretti, lavori pubblici improduttivi, o nuove norme, incentivi e tassazioni dagli effetti inerziali che alla fine la frenano.
Governare l'economia di un paese complesso e articolato come quello italiano in cui al prodotto interno lordo compartecipano più di venti macro settori a partire dall'auto alla chimica, dai media ai trasporti al turismo, dall'industria all'alimentare, dalla grande distribuzione all'energia, dalle costruzioni alle materie base alla tecnologia, dalle telecomunicazioni alle banche e assicurazioni, dalle utilities ai servizi finanziari, è come pilotare in una cabina di comando di un Boeing. Non è sufficiente schiacciare un tasto e tirare una leva, ma si devono valutare tutti gli effetti anche sugli altri settori. Perché alcuni settori sono veramente produttivi altri sono servizi che aiutano la produzione, altri che la frenano. Alcuni settori sono in espansione pensiamo all'auto elettrica o ai trasporti ferroviari, altri sono in contrazione, pensiamo ai consumi di petrolio o all'immobiliare.
Avere una chiara mappa della situazione attuale e del peso che ogni settore ha sull'economia italiana permette di evitare ulteriori illusioni e chiamate troppo anticipate di uscita dal tunnel della crisi. Sono problemi che stanno affrontando in tutto il mondo e sul quale ha basato la sua elezione lo stesso presidente americano Donald Trump quando si è accorto che troppe industrie americane erano uscite dagli Stati Uniti. Ma lo stesso è avvenuto anche da noi. Il peso dei settori industriali dagli anni settanta ad oggi e passato dal 60% al 22% dell'intera economia italiana che ormai per il 70 per cento si fonda sui consumi interni. La Germania invece non ha mai esternalizzato alcuna produzione: si è tenuta l'auto, la chimica, la tecnologia, l'elettrico, con la chiara idea di quelle che sono le attività produttive e quelle invece che frenano la crescita. Ecco perché oggi in questa situazione la classe politica che intende aver cura di espandere questi primi segnali positivi di crescita economica deve necessariamente osservare i singoli numeri settoriali come fatturato, occupati, utili e tassazione, identificando quelli su cui si deve allentare la pressione fiscale e quelli invece che vanno tagliati e riportati all'utile. Il politico oggi ha necessità del tecnico. Ragionare in maniera statistica e generica sui "medioni" che attraversano tutti i settori in modo indistinto può innescare un nuovo processo illusorio come quelli già osservati nel passato.