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Il Blog di Marco Zulberti

La Wall Street globale di Donald Trump. Dal blog di Marco Zulberti

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Quando nel 2000 Naomi Klein pubblicò il suo profetico saggio No-Logo dedicato alla crisi del mercato globale non avrebbe mai immaginato che vent'anni dopo un presidente repubblicano si ispirasse a quelle intuizioni per far risorgere l'attività manifatturiera nei distretti industriali americani. Stessa sorpresa stanno provando Michael Hard e Tony Negri che sempre nel 2000 nel loro saggio Impero invocavano il ritorno al nazionalismo per ristabilire di diritti umani, del lavoro e di cittadinanza, completamente stravolti dal mercato globale aperto giorno e notte alla speculazione finanziaria e con le fabbriche usa e getta, spostate rapidamente da un paese all'altro, in base alla giurisdizione locale.
In un ideale dibattito tra il neo presidente americano Donald Trump e molti intellettuali critici della globalizzazione, che negli anni novanta i punti d'accordo sembrano effettivamente molteplici. I vecchi distretti industriali che avevano reso ricchi gli Stati Uniti e il Canada, come Detroit e Toronto, oggi sono deserti. Le grandi aree industriali dove un tempo v'erano acciaierie, fabbriche di automobili, impianti chimici e industria tessile oggi sono abbandonate.
Il ribasso d'interessi che si era avviato nei primi anni ottanta, scriveva la Klein, aveva fatto scoprire alle aziende americane d'essere troppo grandi, d'avere troppi dipendenti, d'avere troppi possedimenti con troppi costi e tasse. Da questo la decisione di cambiare le strategie commerciali spostando la produzione nei paesi emergenti, occupandosi solo dei marchi. Nelle multinazionali la parola d'ordine era ridurre i prezzi di produzione per far costare un televisore che allora costava un milione di lire nei paesi industrializzati, centomila lire in tutto il mondo. Obiettivo era un mercato globale in cui ogni prodotto avesse lo stesso prezzo, e il più basso possibile, in tutto il mondo. Tutto questo cancellando i diritti del lavoro che nelle società evolute erano stati ottenuti con due secoli di scontri sociali.
Non serve riaprire gli studi di Edmund Phelps o di Saskia Sassen sui cambiamenti nel mondo del lavoro orientato sempre più ai consumi e ai servizi, per far capire come la progressiva riduzione dei salari e dell'occupazione stabile nei paesi sviluppati alimentando sempre più un malcontento che oggi ha spinto non solo le masse americane a votare per Trump, ma quelle inglesi a votare per la Brexit.
Di fronte a queste contraddizioni l'Europa deve stare attenta a riflettere su questi cambiamenti che hanno un fondamento economico prima di reagire, valutando con attenzione alle risposte. Condannare in prima istanza il comportamento di Trump, senza analizzare i fondamentali dei tassi, e dei mercati globali, oggi telematici grazie a internet, potrebbe rappresentare la fine dell'Europa e dell'Euro.
La stessa politica d'esportazione delle attività industriali è stata applicata anche delle grandi società industriali europee, soprattutto italiane. Non sorprende quindi come anche da noi, in Italia oggi vi siano ampi strati della popolazione pronti a sostenere leader che riportino a casa le attività produttive e a costruire nuovi muri. Questo non è successo in Germania che invece ha sempre tenuto ben stretto il suo tessuto produttivo e industriale, paradossalmente favorita dall'unificazione con la Germania dell'est che aveva favorito una di riduzione dei costi.
La promessa di riportare nei paesi d'origine le attività produttive e industriali distribuite nel mondo con le fabbriche "usa e getta", come le aveva descritte dalla Klein, ha favorito il successo di quella che in queste ore appare come una pericolosa deriva nazionalistica: Ma di fronte alle decisioni americane di rafforzare il muro con il Messico, di non firmare il trattato TTIP e di chiudere le porte all'immigrazione islamica, o alle minacce inglesi di trasformare la City in un paradiso fiscale se l'Europa non accetta la libera circolazione delle merci, ma non quella delle persone. Affermazione strana se poi pensiamo come il centro di Londra sia in mano ai miliardari arabi, messicani, russi, indiani e asiatici.
Di fronte a questa situazione che sembra precipitare l'Europa deve riflettere in modo molto freddo e realistico sulle motivazioni macro economiche, che hanno condotto la politica americana più liberal ad accogliere proprio le teorie dei critici della globalizzazione, che non sono così irrazionali come di primo acchito possono sembrare.
Il rialzo tassi dopo anni di contrazione, l'avvento dei mercati su internet senza orari e senza regole, che permettono di vendere e comprare tutto dappertutto forse apre prospettive che non sono state ancora valutate con un nuovo nazionalismo regionale nel commercio, a chilometro zero, che appare anche ecologicamente sostenibile.
Se il futuro degli inglesi è quello d'essere chiusi e protetti nel fortino della City ma liberi di fare i raider nei mercati degli altri grazie alla telematica, forse anche l'Europa continentale deve riscoprire come la sua storia dai tempi dell'unificazione sotto il senato di Roma, s'identifichi come l'unico vero mercato unico. E di questo nuovo mondo rivoluzionato dalla crescita mondiale e dallo sviluppo mercantile di internet, dovremo amaramente farcene una ragione, pena la fine dell'Europa. Forse non è un caso che la borsa americana sia nella "Wall Street".