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Il Blog di Marco Zulberti

Il cigno grigio del rialzo dei tassi americani. Dal Blog di MArco Zulberti

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In vista del brindisi di fine anno finanziario, coincidente con il 18 dicembre, le prospettive dei mercati finanziari per il 2016, sono legate al primo rialzo di 0,25% dei tassi americani dopo sette anni di crisi finanziaria. In questo quadro di tensioni valutarie, il rialzo tassi americani va inquadrato come un cigno bianco o un cigno nero? Quale conseguenza può avere sull'andamento delle obbligazioni e dei cambi e degli stessi titoli azionari?
Su quali effetti avrà questa decisione sull'andamento dei mercati finanziari e quali potranno essere i cigni bianchi e quelli neri nel 2016 dopo un anno dominato dalle decisioni delle singole banche centrali con svalutazioni in serie a partire dal Franco svizzero, poi sullo Yuan cinese, infine sull'Euro, le opinioni degli analisti sono abbastanza uniformi sugli effetti positivi sui mercati azionari americani ed europei, e negativi sui titoli obbligazionari sia americani che europei, nonostante il piano di riacquisto ancora in atto da parte della Banca centrale italiana. Le preoccupazioni riguardano soprattutto i titoli a tasso fisso a partire dai governativi, seguiti dai bond bancari messi sotto pressione anche dal recente salvataggio delle quattro banche (Banca Marche, CR Chieti, Banca Etruria e Lazio, e Cassa Ferrara), e da quelli emessi dalle societarie corporate. La decisione di Janet Yellen, dopo sette anni di tassi zero raggiunto l'obiettivo di ridurre il tasso di disoccupazione sotto il 6%, la conferma di buoni dati di ripresa economica ha spinto gli Stati Uniti a muoversi contro tutte le altre banche centrali e ad alzare il tasso di sconto in coincidenza con la fine dell'anno finanziario 2015.
Nonostante il prodotto interno lordo americano quest'anno abbia evidenziato livelli più bassi di quelli registrati nel 2014, e il rialzo del Dollar Index, l'indice sintetico del dollaro contro le principali valute, sia tornato in area 100, livelli che non registrava dal 2003, la Federal Reserve ha deciso di muovere i tassi al rialzo, mettendo in secondo piano i pericoli derivanti da un dollaro troppo forte. Terminato il risanamento del settore immobiliare e bancario, superato il TARP, Trouble Assett Relief Program il programma d'assorbimento degli assett illiquidi, risolte le crisi dei colossi come AIG, Citibank e Bank Of America, il governo della finanza americana ora sembra puntare più alla difesa del risanamento messo a segno in questi anni rivalutando il dollaro e lasciando crescere la fiducia verso la propria situazione finanziaria, che non ad una continuazione della ripresa economica.
Questa decisione di muovere in direzione opposta alle altre principali banche centrali, tutte orientate a svalutare la propria valuta compresa la "teutonica" Banca Centrale Europea di Mario Draghi con lo scopo di riattivare la ripresa economica e l'inflazione, è attesa provocare sui mercati valutari la ricerca di nuovi equilibri.
In questo quadro, dominato dalle azioni dei piani d'iniezione della liquidità sui mercati mediante il riacquisto dei titoli di stato, i bilanci delle singole banche centrali sono peggiorati. I "costi" di queste iniezioni si dovranno comunque scaricare sulla valutazione complessiva dei singoli assett valutari, siano essi in dollari, in yen, in sterline inglesi o in euro. In questo contesto la Banca centrale Europea rimane quella che ha iniettato meno liquidità rispetto a quanto fatto dalla Federal Reserve, dalla Bank of England, o dalla Bank of Japan. Il valore dei cambi e i tassi d'inflazione andrebbero corretti anche per l'entità dei bilanci delle singole banche centrali. Ecco perché il tasso d'inflazione americano è in quest'istante comunque più alto di quello europeo e le spinte della Bce verso una svalutazione dell'euro, si sia sempre infranto in area 1,05 contro dollaro.
Il rialzo tassi americani è quindi solo il primo passo, per il ritorno alla normalità di un'economia che nei prossimi anni dovrà gradatamente assorbire quanto iniettato nel sistema. , ed essere solo il primo passo di un ritorno alla normalità di un'economia che poi negli anni prossimi dovrà gradatamente assorbire il bilancio della Federal Reserve iniettato nel sistema.
Ecco perché il rialzo dei tassi per ora appare come un cigno grigio. Da una parte si delinea un quadro di tensione sui tassi per il comparto obbligazionario, compensato per ora dalla bassa crescita del Pil e dai prezzi bassi delle materie prime che manterranno ancora "fredda" l'inflazione e di conseguenza le tensioni sui tassi europei, garantendo una stabilità nelle quotazioni grazie al ritorno di fiducia segnalato negli ultimi due anni dal rialzo del dollaro americano anche contro Euro, passato da 1.34 a 1.10.
Dall'altra un cigno bianco nel miglioramento degli utili delle banche e soprattutto delle assicurazioni statunitensi, e a cascata successivamente anche sui settori finanziari europei.
In questa situazione la Banca Centrale di Mario Draghi, vista anche la sua natura di strumento "neutrale" e di garanzia rispetto alla politica europea, non ha più molto spazio per andare contro corrente, in modo analogo a quanto applicato da vent'anni da parte della Bank Of Japan, che non ha mai dichiarato pubblicamente i bilanci effettivi del suo sistema creditizio.
Non avvertire alcuna criticità in questo rialzo tassi americani è un errore: se da una parte si può considerare un cigno bianco che rappresenta il primo passo d'uscita dalla crisi dall'altra può apparire come un cigno nero se allentasse la guardia e il debito pubblico sfuggisse di controllo alla politica che governa nei paesi più indebitati, come Grecia, Italia e Portogallo. Continuare a invocare un aumento della spesa con la svalutazione in atto dell'euro, che con questa decisione può perdere ancora più terreno può alimentare un'ulteriore perdita di fiducia, sarebbe un grave errore anche da parte dell'analisi macro economica, che ha più il compito di avvertire la classe politica che d'illuderla di facili percorsi di risanamento.