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Il Blog di Marco Zulberti

La banca nella crisi: società o servizio?

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La recente crisi del mercato azionario greco ha travolto il settore bancario, spina dorsale dell'economia di ogni stato moderna. La crisi delle banche greche sta di fatto mostrando come in assenza di una banca centrale nazionale e di conseguenza di una assenza di una politica monetaria nazionale le banche nell'era dell'euro sono assimilabili più a società produttive che a società addette a servizi di pubblica utilità come le società energetiche, di comunicazione e dei trasporti. E in quanto società' produttive soggette alle oscillazioni del ciclo economico e del rischio di bilancio. Ma se la banca diventa assimilabile ad una società produttiva e commerciale chi sorregge l'economia quando la crisi economica perdura per molti anni a causa dei debiti accumulatori dagli stati? Deve essere questa la domanda che i liberisti più spinti devono porsi di fronte alla crisi greca che sta mostrando come il sistema bancario si ritrovi pressato da due forze uguali e contrarie che lo sta annientando, ma a cui è collegata gran parte dell'economia del paese.
I greci si devono rassegnare a perdere il loro sistema bancario a favore delle altre banche europee? E chi poi raccoglierà il risparmio greco per investire sulle società produttive greche? Sono molte domande alle quali si dovrà presto rispondere perché la banca deve chiarire il suo ruolo all'interno di un sistema economico moderno, dove lo stato appare un'istituzione che emana esclusivamente regole ai mercati e alle società private senza entrare nel loro ambito economico. Ma questo è un mondo ideale per i liberisti, perché nel 2008 di fronte al collasso delle banche americane il governo, e lo stato, sono intervenuti a sostenere il sistema bancario con il TARP, Il Trouble Asset Relief Program, in cui lo stato rilevava dalle banche i crediti deteriorati e i titoli illiquidi, perché non tracollassero sotto la spinta della crisi dei mutui subprime, concessi con troppo ottimismo. Ma questo intervento dello stato è avvenuto anche nel passato. Negli seguenti alla Grande Guerra, durante il ventennio, in seguito a un'analoga crisi di liquidità, le banche italiane furono nazionalizzate, e sostenute dallo stato, emanando rigide regole sul possesso dei pacchetti azionari, in modo da evitare il formarsi di nuove crisi. Le banche furono poi privatizzate nel 1992 dal governo Ciampi, per affrontare la svalutazione della lira collassata per il debito pubblico.
Allora di fronte all'evoluzione di questa crisi economica che continua a modificarsi e a ritirarsi nei settori e nelle economie nazionali più indebitati, il sistema bancario sembra diventato la spina dorsale di ogni singola economia, soprattutto di fronte all'assenza di una banca centrale nazionale, una sorta di prima linea, dalla cui tenuta dipendo le singole economie nazionali. Di fronte a questo nuovo ruolo della banca è corretto considerarla alla stregua di una semplice società produttiva quotata sul mercato azionario, e che ha come scopo il pagamento di un dividendo? E torniamo alla domanda iniziale: quale ruolo economico per il sistema bancario?
Sicuramente su questi punti, come la quotazione azionaria e l'utile di bilancio, è impensabile tornare indietro, ma sulla stabilità del sistema bancario visto come anticiclico e di supporto alle imprese durante i periodi di crisi e il suo rafforzamento patrimoniale anche attraverso l'appoggio normativo dello stato, evitando quanto sta succedendo in Grecia dove rischiano di essere completamente colonizzati dagli istituti bancari, la classe amministrativa e politica, sia italiana che europea, dovranno riflettere, pena questa continua metamorfosi della crisi che dal 2011 deteriora la fiducia dei popoli europei nella ripresa.